Togliamo un po’ di polveri
di Stefano - 20/02/2012 20.51.31
Togliamo un po’ di polveri al database di questo sito, e anche alla sua homepage!
Novità: ho quasi finito il modulo fotogallery, del quale potete vedere il link nel menu a sinistra. A parte qualche modifichina ancora da apportare, direi che ci siamo... buona visione!!
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D’Antoniano di Bologna
di Stefano - 11/03/2011 8.12.03
Piccolo pensiero mattutino, dando un’occhiata ai risultati della notte NBA: ma come fanno i Knicks ad essere considerati un’aspirante al titolo negli anni a venire, con i giocatori che ha, e prendersi la bellezza di 127 punti contro i Dallas Mavericks? Con una difesa del genere, non vai da nessuna parte. Penso che dalle parti del Madison sia ora di cambiare il coach, come ormai sembra faranno nel 2011-12. I nodi stanno arrivando tutti al pettine, e per il sopravvalutato Mike D’Antoni mi sa che i giorni in arancioblu stiano finendo. Giusto così, con un "sistema" privo di difesa, non si può vincere.
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È morto Pete Postlethwaite. Quello di "Nel nome del padre"
di Stefano - 05/01/2011 11.25.39
Traggo questa notizia dal Resto del Carlino di oggi. Mi dispiace, mi ha fatto ricordare uno dei più bei film che abbia mai visto, "Nel nome del padre", che ci "propose" la prof di inglese alle superiori, per studiare la questione nordirlandese.
Londra, 3 Gennaio 2011 - E’ morto all’età di 64 anni, l’attore britannico teatrale e cinematografico Pete Postlethwaite. L’attore è morto in un ospedale di Shropshire, in Inghilterra, dopo una lunga malattia. Lo riferisce il sito della Bbc spiegando che gli era stato diagnosticato un cancro nel 2004.
Tra le sue interpretazioni più note ’L’ultimo dei Mohicani’ e ’Nel nome del padre’, per cui ottenne la nomination all’Oscar come migliore attore non protagonista.
Il suo debutto cinematografico fu ne ’I duellanti’ di Ridley Scott, per proseguire nell’Amleto di Franco Zeffirelli e in ’Alien’.
Consiglio vivamente il film a tutti quanti.
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Dan Peterson torna in panchina!
di Stefano - 05/01/2011 0.19.35
Di rientro dai monti, sento da mia sorella che Dan Peterson è tornato in pista, (nella foto da ansa.it) e che allenerà l’Olimpia Milano al posto dell’esonerato Piero Bucchi.
All’inizio, francamente, ho stentato a crederci. Vuoi perchè mia sorella non sia un’appassionata di pallacanestro, vuoi perchè il soggetto in questione è ormai da anni commentatore televisivo, e non più allenatore. Sommando a ciò i 75 anni del beniamino di Evanston, Illinois, i dubbi sono più d’uno. Ma la questione è altrettanto affascinante. Per diversi motivi.
Prima di tutto, la sua fama ha portato il basket in prima pagina su tutti i giornali, che da anni ormai non davano tale importanza al nostro "giochino". La sua fama, quella del proprietario dell’Olimpia Giorgio Armani, e il palcoscenico milanese non potevano produrre altro. Peccato però, che l’eco mediatica del ritorno in panchina di Peterson si fermerà qui, a meno che la squadra non reagisca con una cavalcata trionfale fino allo scudetto a giugno. E qui, nascono i veri problemi secondo me.
Prendere in mano una squadra venticinque anni dopo l’ultima può essere pericoloso. Per l’età del coach e anche per l’"evoluzione" (leggasi involuzione) che ha avuto il gioco in questo periodo. Peterson non è più quello degli anni Ottanta e i giocatori attorno a lui sono cambiati. Non avrei dubbi ad affidare a lui una squadra juniores, perchè sono sicuro lui possa essere un abilissimo maestro, nonchè motivatore, per insegnargli ad essere giocatori completi nella loro carriera. Prendere a mano una squadra di professionisti a metà stagione, con la convinzione che il prossimo anno in panchina ci sarà qualcun altro (Ettore Messina? Dubito), può rivelarsi un fallimento totale: i più scafati nel roster non agiranno nell’interesse della squadra ma del proprio, e i giovani, disorientati, non sapranno a chi affidarsi. Questo scenario si è visto già troppe volte negli ultimi anni milanesi.
In aggiunta a questo, Dan Peterson saprà adattarsi al nuovo basket? O sarà così bravo da far migliorare il basket? I giocatori saranno ricettivi verso i suoi principi, o sarà una battaglia intestina per far prevalere le regole del passato o l’anarchia cestistica dell’ultimo decennio?
La vera speranza è che il "Da Coach" - come lo chiamava Guido Bagatta - sappia trasmetterci qualcosa, oltre che dal punto di vista mediatico (quello è certo) anche dal punto di vista tecnico. Essendo stato un innovatore fin dai tempi del suo arrivo in Italia (la zona 1-3-1 prima di lui qui non esisteva, ed è la miglior difesa possibile probabilmente) me lo auguro vivamente. Ma il tempo passa per tutti...
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Buon Natale!
di Stefano - 25/12/2010 11.12.41
Buon Natale a tutti quanti, davvero di cuore!
E che sia una vera festa del Natale di Gesù, ormai ahinoi sostituito da "Babbo Natale" e dalla corsa agli acquisti.
Ritorniamo a pensare alle cose, alla nostra vita,siamo consapevoli di quanto facciamo, non lasciamoci influenzare da un mondo che ci vuole automi incapaci di riflettere, ma bravi soltanto ad essere il "mercato".
Sforziamoci, evitiamo il "quieto vivere", scopriremo un mondo ancora bello da vivere assieme agli altri!
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Grande basket a Cento
di Stefano - 09/12/2010 20.39.47
"Alla fine è sempre un piacere vedere del basket di alto livello dal vivo".
Sacrosanta verità, quella uscita dalla bocca del fraterno Divaz, fuori dal palazzetto dello sport di Cento, al termine dell’amichevole tra Virtus Bologna e Basket Club Ferrara, incontratesi per un’amichevole di beneficenza, organizzata dal Lions Club di Pieve, a favore di un progetto di riqualificazione del "Venturi", un super "playground" pievese (sul quale abbiamo giocato in diversi qualche estate fa) .
Nonostante un agonismo - a giusta ragione - latitante, si sono visti momenti di buona pallacanestro. Per le V Nere hanno contribuito al successo Koponen, davvero leader di questa squadra, Kemp, ottimo interprete dell’uno contro uno, e un Amoroso che, seppur innervosito da alcune "non chiamate" arbitrali, ha saputo far valere la sua fisicità sotto le plance.
Dall’altra parte, bene i due americani, play e guardia, Boyette e Cournooh, che hanno sfruttato l’occasione per farsi vedere da una squadra di serie A1. Bene i giovani Gamal e Borsato, meno bene Ndoja, veterano che ha sparacchiato per tutta la partita, finita 78-72 per i bolognesi. Brava comunque Ferrara, che con tanti giovani ha saputo tener testa (e anche mettersi davanti nel terzo quarto) ad una compagine di livello superiore. Questione di motivazioni, sicuramente, ma di sicuro si tratta di un’iniezione di fiducia niente male.
Tralasciando gli aspetti tecnici, che contano poi il giusto in una situazione del genere, l’atmosfera che si respirava era davvero positiva: tanta gente che aspettava da tempo un evento così, in una città orfana della Benedetto, squadra che in B-1 ha fatto sognare per un decennio Cento, e che ora non c’è più.
Non ho mai seguito tanto le gesta dei biancorossi, anche per una certa avversione alla mentalità centese, ma mi sono reso conto che è stato un peccato. Il basket dal vivo è sempre qualcosa di unico.
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Mangiare in aereo
di Stefano - 16/10/2010 14.49.56
Grazie a questo articolo sul sito di Indipendent si spiegano molte cose sul cibo servito sugli aeroplani. Anche se, per quanto mi riguarda, il motivo principale che non mi permette di apprezzare questi pasti ad alta quota, è il fatto stesso di essere ad alta quota
Science finds the plane truth about in-flight meals
Scientists have demonstrated that airline meals lose their taste when eaten to the sound of white noise. Caterers have long been aware that they need to add large amounts of salt or sugar to the meals
Scientists have demonstrated that airline meals lose their taste when eaten to the sound of white noise. Caterers have long been aware that they need to add large amounts of salt or sugar to the meals
The inexplicable blandness of airline food has been pondered at 30,000 feet by generations of travellers. Now an explanation has been offered in the form of research showing that people lose their sense of taste when listening to the sort of "white noise" heard inside an aircraft’s cabin.
White noise consists of random collections of sounds at different frequencies – such as the muffled noise of aircraft engines – and scientists have demonstrated that it is capable of diminishing the taste of salt and sugar.
The findings could explain a phenomenon well known to airline companies: passengers tend to lose their sense of taste when they are in the air. For this reason, airline meals are often "improved" with extra salt, sugar and other flavourings.
The study also lends further support to the idea that sound plays an important role in the perception of taste. Heston Blumenthal, the celebrity chef, has exploited the trait in a specially designed seafood dish which is served while diners hooked up to iPods listen to the sound of surf crashing on a beach.
Ellen Poliakoff of Manchester University said the study investigated how background noise influenced a person’s perception of food.
The scientists found that certain sounds not only affected people’s sense of saltiness or sweetness, they also influenced how crunchy some types of food sounded to the diners – which in turn affected their perceptions of freshness and palatability.
"We’ve compared how people rated food that they ate while they sat in headphones listening to various kinds of sounds and we’ve speculated as to why this might explain why airline food has a reputation for not being very tasty," Dr Poliakoff said.
The white noise of an aircraft cabin could act as a distraction to a person’s sense of taste, which would account for why airline food needs to compensate by being saltier or sweeter than usual. Alternatively, the effect could be due to the contrast between the pleasure of eating and the stress of listening to white noise, Dr Poliakoff said
The study involved asking a panel of volunteers to rate the taste of different kinds of food while listening to quiet or loud background noise, or no noise at all. Sweetness and saltiness were rated significantly lower in the presence of the louder background music, while crunchiness was reported to be higher when listening to loud sounds.
A further part of the study showed that people listening to sounds they deemed to be pleasant were also more likely to say that their food was tastier, which may explain why many restaurants play ambient background music.
"If you are enjoying the music you are listening to, it may affect the enjoyment of the food you are eating," Dr Poliakoff said.
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Ancora uno sguardo la sotto
di Stefano - 13/10/2010 23.58.05
Interessante articolo, tratto dal sito cnn.com, che riguarda il "dopo salvataggio" dei minatori:
Chilean miners in ’good condition,’ but long recovery awaits
Copiapo, Chile (CNN) -- At least one miner is fighting acute pneumonia, two will need dental surgery, and others have skin problems or lesions in their eyes. Yet for all the 33 miners’ challenges the past 69 days, trapped a half-mile underground in the San Jose mine without light, health care and other basics, those who have emerged appear surprisingly healthy, Chile’s health minister said.
"Things are extraordinarily well, better than expected," Jaime Manalich said Wednesday. "They really are in good condition -- emotional condition and physical condition."
After getting out of the capsule, each miner stood up and reconnected with loved ones. Some of them engaged the throngs nearby. Within minutes, though, all were placed on stretchers and whisked away to get medical care.
While Manalich said "no major problems" have been found, all the rescued miners will be carefully monitored at a nearby hospital in the coming hours and days. Experts said some of the aftereffects of the long stay underground and quick trip to the surface -- especially mental effects, such as post-traumatic stress disorder or restless nights -- may be felt for years to come.
The miners do not have to be flown to Copiapo Regional Hospital, Manalich said. However, officials strongly recommended it, and the miners have agreed to go, he said.
Many of the miners rescued by late Wednesday afternoon had few evident medical problems, Manalich said, and dizziness was not a problem because the rescue capsule did not rotate as much as officials feared. Even so, all of the miners will be evaluated by specialists, including ophthalmologists, dermatologists and psychologists.
They are being housed in a brand-new ward that was completed two months before the August 5 collapse at the San Jose mine. The hospital has spent weeks preparing for the miners, said hospital director Hernan Rojas. "We’ve been ready since Day One of this disaster," he said last month.
Some miners may be released as early as Thursday afternoon, Manalich said, while others will stay longer at the hospital. That includes at least two men who need dental surgery and one miner, whom Manalich would not identify, who is expected to remain hospitalized through the weekend. That miner’s symptoms emerged four days ago, and he was already being treated with antibiotics and improving about 24 hours before being brought to the surface, Manalich said.
Besides physical maladies, in the coming days doctors will keep an eye out for nightmares, panic attacks, anxiety and claustrophobia, among other potential issues.
They must be reintegrated with their families and society and deal with their sudden celebrity status and media attention. One expert has said the specter of post-traumatic stress disorder looms large.
Dr. Michael Duncan, the deputy chief medical officer at Johnson Space Center in Houston, Texas, told CNN, "The work is just beginning when the miners get out of the mine."
If the miners are given a clean bill of health, they will be released to their families.
Some concerns linger due to their lack of sunlight, nutrition questions, the effects of their confinement, lack of sleep and sanitation issues. Because they have been isolated for so long, they could be more susceptible to the common cold or other viruses.
Extensive precautions were taken to minimize health risks before the miners were rescued.
Two Chilean Army nurses were sent down to the mine ahead of all the miners’ rescue to help them prepare for their trip to the surface, Manalich said. One of them focused exclusively on the miner with pneumonia, who had an oxygen mask on his face when he came up.
"They have an anemic condition, and right now they have been sleeping less these last few days," Manalich said earlier Wednesday. "They’re tired and they still have long hours of waiting in order to be able to come up to the surface and to meet with their families."
The miners were switched to a liquid diet six hours before their rescue in case they vomit on the way up. Because Chilean Mining Minister Laurence Golborne was concerned about the miners being reintroduced to sunlight abruptly, special sunglasses were sent down for the men to wear to make sure they don’t suffer damage to their retinas.
While underground, they were given special clothing that pulls sweat away from the body because of concern about skin infections, as well as special socks to help prevent infections like athlete’s foot. They also had a series of vaccinations including a tetanus booster and flu shot. They have been exercising daily, and one miner, Yonni Barrios, is a paramedic who has been weighing his colleagues daily and taking blood tests and daily urine samples.
American astronaut Jerry Linenger knows something about isolation and confinement. He says his five months in space aboard the Russian space station Mir left him weak and with bone loss.
"Down in the mines you have gravity pulling you down. There will be disorientation -- turning your head will feel like doing 100 backflips in a row," he said.
The miners that have come up are showing slight increases in blood pressure and cardiac activity during the trip, but they recovered satisfactorily after a few minutes of rest and have not required medication, Manalich said.
The health minister added later that, emotionally, he was surprised by how well the men were doing. Still, experts warn that psychological adjustments may remain a hurdle for the miners.
"These men spent 20 days totally cut off in the dark until the first bore hole was made," Linenger said. "So they were in survival mode, which is tough psychologically because you are in a life-and-death situation."
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Uno sguardo lá sotto
di Stefano - 13/10/2010 18.57.22
Le immagini del recupero dei minatori intrappolati in Cile creano in me una strana sensazione. Di gioia per quelli che sono stati già riportati in superficie, di angoscia per quelli che sono ancora la sotto... in bocca al lupo.
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Manuel Poggiali
di Stefano - 03/09/2010 13.29.45
Intervista a Manuel Poggiali, ex motociclista 28enne, letta oggi su Corriere.it. Le sue parole, da persona normale, fanno riflettere.
Manuel Poggiali: «Ero il nuovo Rossi ma ora sono più felice»
Lo chiamavamo il nuovo Valentino. Lui ora si accontenta di essere diventato un uomo nuovo. Manuel Poggiali, 28 anni, da San Marino, è uno dei casi più clamorosi di enfant troppo prodige per poter sopravvivere alle responsabilità. Campioncino nato fin da quando salì in minimoto a 10 anni, un titolo mondiale in classe 125 a 18 anni nel 2001, uno in 250 a 20 nel 2003 (al primo anno nella categoria, non ci riuscì neanche Rossi), poi il crollo, psicologico prima che tecnico, e il ritiro nel 2008, a soli 25 anni. Moto spenta. Basta corse. Una vita chiusa per provare ad aprirne un’altra con la compagna Michela, il figlio Claudio (2 anni a novembre), un lavoro al Comitato olimpico di San Marino («Prima facevo sport io, ero alla fine del percorso; ora cerco di mettere in grado gli altri di fare sport») e idee chiare su ciò che è stato e perché: «La mia è stata una carriera breve e intensa. Un’escalation continua, ogni anno crescevo e vincevo qualcosa. Tutto è arrivato in fretta».
Poi che accadde?
«Calo di motivazioni, la mia scarsa cattiveria, forse a volte mi hanno limitato i mezzi che mi davano. Ho cominciato a non vincere, è arrivata la frustrazone: anche un quarto posto sembrava insopportabile. Mi sono incasinato con la testa».
In che senso?
«Mi sono chiuso in me stesso, erano finite passione e divertimento. Correre mi sembrava un obbligo e ne soffrivano le relazioni. Per gli altri ero diventato un peso, noioso».
In realtà il primo stop fu nel 2007.
«Una specie di anno sabbatico. Per provare a capire».
In quel periodo fece anche il barista.
«Intanto chiariamo: io non me lo sono mai tirata quando ero campione, dunque non è mai stato un problema adattarmi. E poi sa che le dico? È stato un bel modo per iniziare ad avere un dialogo con le persone. Dovevo aprirmi e cercavo qualcosa che mi portasse in mezzo alla gente. E in questo senso il barista è un lavoro perfetto».
Quindi nel 2008 è risalito in moto.
«E avevo ancora voglia. Ma a quel punto è arrivata la paura».
Il peggior nemico di un pilota.
«Proprio così. Ho fatto delle brutte cadute e mi è venuta paura di farmi male. Con la pioggia addirittura non entravo neanche in pista. Un blocco peggiore di prima. Poi mi stava per nascere Claudio. Allora ho scelto di dire stop».
A metà stagione, addirittura.
«Continuare non aveva più senso per me, per la squadra, per gli sponsor. Meglio lasciare spazio a chi era più arrabbiato di me».
Dunque la nostra impressione di allora era giusta: Manuel è troppo fragile, schivo, orso, inadatto a questo mondo…
«Sì, ero fragile. E ai primi problemi mi sono fatto un po’ travolgere».
Troppo perfezionista, forse?
«Sì. E il mio pregio si è trasformato in difetto».
Ora ha imparato a perdonarsi?
«Diciamo che sono diventato un po’ più normale...».
Quanto ha inciso la morte di papà Claudio nel 1999?
«Tanto. Avevo 16 anni, era sempre stato il mio punto di riferimento. Lui mi dava la forza interiore e mi faceva ragionare sulle cose. Sapeva essere duro, mentre il resto della famiglia mi coccolava, forse troppo... Ci fosse stato lui, quei problemi li avremmo gestiti diversamente».
Fu lui a trasmetterle la passione?
«Sì, di questo lo ringrazierò per sempre. Io ci ho messo del mio in pista, ma se papà non mi avesse aiutato all’inizio non sarebbe iniziata la tua carriera».
Con il piccolo Claudio come si comporterà?
«Se la moto sarà la sua passione, nessun problema. Io da piccolo scoprii una cosa che mi piaceva e ne è nata una carriera. Ma la passione, se c’è, per qualsiasi sport, dovrà nascere da lui. Non sarò io a imporgliela».
Un tema di cui si parla molto in questi giorni dopo la morte di Peter Lenz, il pilota 13enne, a Indianapolis. Lei che ne pensa?.
«Per me è stata come una coltellata. Io vissi una vicenda simile in pista quando morì Kato: avevo corso poco prima. Certo, 13 anni sono pochissimi, ma lui ha scelto quello che gli piaceva. Dicono che sia immorale che i genitori consentano il rischio, ma così non ci sarebbe il motociclismo. Purtroppo il controllo totale non è possibile, quello che conta casomai è lavorare sulla sicurezza per limitare eventi simili».
Poggiali pilota con la testa di adesso che cosa sarebbe?
«Mah. Quel che è stato è stato. In fondo ho vinto dai 15 ai 22 anni e ho fatto un po’ di storia del motociclismo italiano. Di sicuro, a essere meno fragile sarei ancora nel Motomondiale».
Colpa tutta sua?
«Non tutte. A volte ho avuto materiali inadatti, motori o gomme che andavano meno, ma questo succede sempre, anche adesso. È normale. Se vinci e vai bene le Case ti aiutano, se lotti per il settimo posto un po’ meno. Nessuno scandalo».
L’abbiamo paragonata a Rossi e Biaggi. Sbagliavamo?
«Ho dimostrato di essere bravo. Come pilota mi do un voto alto. L’insufficienza è per il resto».
Come fu la storia del no al Festival di Sanremo?
«Era il 2004. Il giorno della presentazione del team Gilera, all’improvviso, mi dissero che alla sera sarei dovuto andare ospite al Festival».
C’è di peggio, dai.
«Sì. Ma era un periodo stressante, dopo aver vinto il Mondiale 250 non ho avuto neanche il tempo di godermelo, sempre in giro, foto, inaugurazioni. Faticavo con la testa. Lo vedevo come un peso da sopportare».
E così rifiutò.
«Proprio così. Avrei voluto saperlo prima, organizzarci, non fare tutto in fretta».
Conseguenze?
«Un casino. Mi dissero che me l’avrebbero fatta pagare. In effetti, a giudicare da certe modo che mi hanno dato poi, fu così. Forse potevano anche capirmi. Sapevano come sono, anzi come ero».
Lo rifarebbe?
«No».
Lei non ama neanche viaggiare, vero?
«Già. Non me lo sono mai spiegato. Strano per uno che faceva la mia vita, no? Ma mi mette tensione anche fare Rimini-San Marino. Mi stresso, ho voglia di arrivare in fretta, infatti prendo un sacco di multe...».
E’ ancora fitness-dipendente?
«Sì, sempre di più. Mi rilassa, è la mia valvola di sfogo».
E col calcio come va? Lei, tifoso milanista, è un ottimo giocatore.
«Sì, ma ora, potendo fare palestra liberamente, ho perso un po’ di agilità: sono tre volte più grosso di quando correvo!».
Guarda le corse di moto in tv?
«Dopo i due stop confesso che ho fatto fatica. Ora va meglio. E domenica sarò in pista a Misano».
Emozioni?
«Ogni tanto qualche turbamento. E poi sono critico, come si fa al bar».
Chi le piace di più?
«Marquez nella 125, un bel pilotino davvero».
E in MotoGp?
«Valentino è Valentino e con la Ducati farà grandi cose, ma il cambiamento di Lorenzo è stato qualcosa di incredibile. Avrei voluto io essere come lui».
Cioè come?
«Ha lavorato tantissimo a livello mentale, una capacità simile poteva venire comoda anche a me... Ma una volta a queste cose non si pensava troppo. Io me lo ricordo bene Jorge da piccolo, siamo stati anche compagni: era intrattabile, non sorrideva mai, arrivava nel box e manco ti salutava. Adesso è un’altra persona. Da quel punto di vista è il più avanti di tutti».
Beh, anche lei è cambiato molto e come capacità di autoanalisi non scherza.
«Ho avuto tempo di riflettere. Allora, portato dall’onda frenetica dello stress, non ho mai avuto tempo di capirmi».
Tornerà nell’ambiente delle moto?
«È un po’ presto per dirlo. Per ora sto bene così, grazie. Magari organizzerò dei corsi guida tra un po’».
Sente di aver vissuto troppo in fretta? Con più calma sarebbe andata diversamente?
«Io sono contentissimo di com’è andata. Zero rimpianti. La carriera è finita presto, ma sono migliorato tantissimo dal punto di vista relazionale e mentale. .
È più felice adesso di allora?
«Sì. E un uomo più completo. Questo dico ai giovani e dirò a mio figlio quando crescerà: non ci sono solo i titoli mondiali nella vita».
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